…SULLA FELICITA’…L’uomo percepisce sempre un’insoddisfazione che è come un pungolo, anche quando raggiunge l’obiettivo tanto agognato…“diritto alla felicità”…equivale ad introdurre nella vita veleno e costante frustrazione…

Stralci da:

1)
Il desiderio di felicità: l’immagine dell’infermo di Giovanni Fighera blog La Nuova Bussola Quotidiana

2)“Nella poetica di Leopardi c’è una domanda “religiosa”? Blog Il Cammino dei Tre Sentieri

3)“Verità, sacrificio e sogno” di Massimo Viglione blog San Michele Arcangelo

4) “cercando la felicità” di Juan Manuel de Prada blog di Radio Spada

5)“Come uccidere le Parche e vivere felici” di Mattia Spaggiari blog di Radio Spada

Renzo e Lucia, come già dicevamo, si sono sposati, ma per loro i problemi non sono finiti.

L’uomo percepisce sempre un’insoddisfazione che è come un pungolo, anche quando raggiunge l’obiettivo tanto agognato.

Per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo, Manzoni si avvale dell’immagine dell’infermo, già presente in Dante e ora utilizzata contemporaneamente anche da Leopardi.

[…] La vita (scrive il narratore) è paragonabile alla situazione di un infermo che si trova in un letto. E continua a rigirarsi e pensa che il letto altrui sia più comodo del proprio. E fa di tutto per cambiare letto (cioè per cambiare situazione esistenziale) convinto che nella nuova situazione potrà trovare quella felicità piena che nella situazione presente non riesce a sperimentare.

Quando l’infermo riesce a trovare questo secondo letto però trova delle lische, dei bernoccoli. Anche lì ci sono delle situazioni fastidiose(anzi più fastidiose che nel primo letto).

E allora il narratore commenta che forse converrebbe (non tanto) pensare di stare bene ma pensare di fare Il bene, e forse si incomincerebbe a stare meglio.

L’uomo è quindi come un infermo che è sempre invidioso della condizione altrui perchè non riesce mai a sperimentare una felicità totale, una felicità assoluta.

E’ convinto (guardando la situazione esistenziale degli altri dall’ esterno) che la loro situazione sia migliore della propria. Ma quando ha la possibilità di sperimentarla si rende conto che forse la propria condizione è migliore[…]

Questa immagine dell’ infermo è prelevata dalla Divina Commedia come del resto tante altre immagini e situazioni de I promessi sposi comparivano già all’ interno del poema dantesco[…]

L’immagine dell’ infermo è prelevata dal canto VI del purgatorio dove Firenze (la città di Dante) è paragonata ad un inferma.

Dante scrive che Firenze è “somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume”…Firenze è come una malata che si rigira nel letto per cercare conforto alle sue sofferenze ma non riesce a trovare sollievo nè tantomeno pace.

L’immagine dell’ infermo usata dal Manzoni compare con parole non molto dissimili (anche) nello Zibaldone di Leopardi (Zibaldone che è scritto tra il 1817 e il 1832 ma viene pubblicato nel 1898 e il 1900). Quindi Manzoni non può di certo aver letto lo Zibaldone eppure la pagina di Zibaldone (a cui adesso facciamo riferimento) risale ad alcuni anni prima rispetto alla “ventisettana” di Manzoni.

Scrive Leopardi:

“…noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e perciò si rivolge cento volte da ogni parte, e procura in vari modi di appianare, ammollire il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finché, senz’aver dormito né riposato, vien l’ora di alzarsi…”

Alcuni anni più tardi nel "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”(scritto nel 1830) Leopardi utilizza di nuovo l’immagine del vecchio infermo per esemplificare la condizione esistenziale dell’ uomo.

Scrive Leopardi:

“Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle… corre via, corre, anela, varca torrenti e stagni, cade, risorge…”.

Questa è la condizione esistenziale dell’ uomo. L’immagine dell’ infermo ammalato ben esemplifica le difficoltà e le croci che l’uomo deve portare e ben documenta la ricerca della felicità dell’ uomo di cui si parlerà nella prossima puntata(Da Il desiderio di felicità: l’immagine dell’infermo di Giovanni Fighera blog La Nuova Bussola Quotidiana)<<[…]Ed eccoci al pessimismo cosmico, ovvero a quel pessimismo che possiamo anche definire “esistenziale”…Così il poeta scrive alla sorella Paolina dopo aver capito che il suo trasferimento a Roma non gli aveva risolto il problema della noia: “La felicitа umana è un sogno; il mondo non è bello, anzi non è sopportabile, se non veduto come tu lo vedi, cioè di lontano.” Giа a vent’anni scriveva: “Sono stordito del niente che mi circonda… Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di sedere sempre con gli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza nè ridere nè piangere, nè muovermi, altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte… Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma si affanna e lacera come un dolore gravissimo…”

Partendo da quest’ultimo pessimismo, si può capire come, se nella poetica del Leopardi non si può trovare una risposta religiosa, senz’altro però si può trovare una domanda religiosa. Vediamo perchè. Prendiamo la poesia Il sabato del villaggio. In essa Leopardi “gioca” su un fattore psicologico comune: la vigilia sembra sempre più bella della festa. Leopardi vuole dire che la condizione dell’uomo è talmente drammatica che egli dovrebbe sperare di non realizzare mai i propri desideri per poter continuare ad illudersi di poter un giorno essere felice. Può succedere, infatti, che uno pensi: …quando avrò una casa più grande, sarò più felice. E fin quando ciò non avverrа, tale illusione lo riempirа. Poi, giunta la realizzazione del desiderio, ci si accorge che ciò che si attendeva è troppo piccolo per colmare il proprio cuore. Insomma, Leopardi dice che l’uomo può essere appagato solo con l’Infinito (peraltro il titolo di un’altra sua celebre poesia), ma dal momento che -crede- questo Infinito non c’è, ecco il fallimento.

Leopardi non trova Dio, ma con onestа intellettuale fa capire che tale assenza rende inappagato e infelice l’uomo, patendo un’impossibile conciliazione con la vita.

Se Leopardi avesse incontrato Dio nella sua poetica, avrebbe detto con sant’Agostino: “Il mio cuore è inquieto fin quando non riposerà in Te, o mio Signore” (Confessioni 1,1.5
)(da “Nella poetica di Leopardi c’è una domanda “religiosa”? Blog Il Cammino dei Tre Sentieri)

Se si dovesse scegliere l’idea che più danni ha fatto alle persone citerei, senza ombra di dubbio alcuno, quell’utopico proclama della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo degli Stati Uniti nella quale si menziona, tra i diritti inalienabili dell’uomo, “la ricerca della felicità” (the pursuit of happiness).

L’idea alla base di questo proclama è estremamente malvagia, e forse bisognerebbe rendersi conto che un “diritto alla felicità” (che sarebbe un proclama vuoto e apertamente cinico) non sussiste affatto, tutt’al più alla sua “ricerca”, che equivale ad introdurre nella vita veleno e costante frustrazione, come la scelta del termine pursuit suggerisce.

La gente, tuttavia, suole ripetere di avere un illusorio diritto ad “essere felice” (altra cosa tanto assurda come dire che si ha il diritto di “essere intelligenti” o di “essere attratti dalle donne”)dove si dimostra la tetra capacità di suggestione che ha questo nefasto proclama, che l’unico diritto che “consacra” è quello di un farabutto ad inseguire una chimera, come Achille inseguiva la tartaruga nel paradosso di Zenone di Elea[…]

[…] Il diritto alla “ricerca della felicità” sarà, in definitiva, il diritto a confezionare la nostra biografia al margine della realtà e all’imposizione dei nostri desideri e appetenze. E, naturalmente, sempre ritenendo che noi meritiamo molto più di quel che abbiamo.

Diritto a sognare! Direbbe un sentimentale. Ed impacciati da sogni e sentimentalismi mandiamo in rovina la nostra vita. <<Tutti esaltati e inebriati per una frase come “Giovani, perseguite i vostri sogni [uno tra i vari (veri) scopi di questo slogan mediatico ultra-inflazionato potrebbe anche essere “il consumismo” , dogma del sistema globalista mercantile il cui principale insegnamento è il valore economico in ogni luogo e cosa(dalla sfera terrena… a quella spirituale…)?]

[…]In realtà, questa frase reca di per sé un messaggio peggiore della esasperante banalità. Diciamoci la verità fino in fondo, con totale onestà: questa frase tanto bella e “populista” (questo sì che è populismo, nessuno se ne accorge?), che di primo impatto piace a tutti,[…]La vita non è un sogno, la vita è drammaticamente reale: è combattimento, dolore, sforzo quotidiano, fallimento; è anche soddisfazione e gioia, ma la gioia – che è già rara, al di là delle chiacchiere di questa società corrotta e corrompente – raramente viene dai sogni, che sono poi quasi sempre irrealizzati, alla fine della fiera. E quelli realizzati, erano veramente degni di essere perseguiti? Non ci accorgiamo che una delle cause fondamentali del cosiddetto “disagio giovanile” odierno risiede proprio nella inevitabile presa di coscienza della impossibilità della realizzazione dei propri sogni?[…]

[…]Quali dovrebbero essere questi sogni da perseguire? Lo vogliamo specificare con dovuta attenzione e precisione? Attenzione: non sto dicendo che non bisogna sognare. Io stesso sono ancora un sognatore, alla mia non più tenera età. Sto dicendo che si dovrebbe insegnare la Verità, non il sogno. O almeno un sogno che sia portatore di Verità. Si dovrebbe dare senso alla dura realtà della vita, non insegnare a cadere nel mito della propria realizzazione (perché è ovvio che ognuno questo sogna).

Realizzare i propri sogni, infatti, significa realizzare se stessi. Ma realizzare se stessi è il mito di questa società, ormai cadaverica. E’ uno dei tanti miti dissolutori della Rivoluzione gnostica ed egualitaria.E se anche proprio si volesse sospingere a seguire i sogni, almeno occorrerebbe definire i confini precisi di questo invito: questo equivoco invito dovrebbe essere esposto mettendo anzitutto la Verità e il Bene come unico faro e confine, la Carità come condizione ineliminabile, la disposizione al sacrificio, al dolore, al perdono, alla lotta come cibo quotidiano, la consapevolezza della quasi certa disillusione e quindi la forza per accettarla e per accettare se stessi e i propri limiti come condizione finale. Senza tutto questo, invitare i giovani a seguire i propri sogni, significa invitarli al fallimento[…]
(da “Verità, sacrificio e sogno” di Massimo Viglione blog San Michele Arcangelo)

Questo “diritto”, che oggi ci pare scontato come l’aria che respiriamo, si tratta tuttavia di una relativa novità nella storia umana.

Per molto tempo, la gente veniva al mondo accettando che la propria biografia si sviluppasse entro delle coordinate pre-stabilite[…]

[...]poteva capitare che il figlio di un carpentiere terminasse i propri giorni essendo un poeta, o sposandosi con una donna diversa rispetto a quella designata dai suoi genitori. Questo, tuttavia, solo se aveva veramente doti da poeta o se dopo tutto la donna diversa conveniva di più per conformità di carattere e condivisione di interessi vitali.

Ai giorni nostri, al contrario, una persona senza doti poetiche può concludere che vuole essere un poeta, facendo uso del suo diritto ad “essere felice”. A nulla servirà la constatazione che le sue doti poetiche siano scarse, se non addirittura nulle, tenterà sempre di imporre il suo desiderio di essere poeta contro il vento e la marea.[…](da “cercando la felicità” di Juan Manuel de Prada blog di Radio Spada)

[…]cos’è l’amore senza la giustizia? Vana passione, vana ribellione, vano miraggio.Ricorda, Israele: non altrimenti che nella giustizia e nel diritto il Signore vuol far Sua sposa la Chiesa[…]tremino i vostri polsi al cospetto di Cristo, non a quello degli idoli![…]

La Modernità è precisamente tale ribellione declinata nelle più varie forme, uno spostamento… del nostro fine dal cielo alla terra, del nostro culto da Dio a Satana[…]

[…]a causa, appunto, dell’intrinseca perversità del pensiero moderno, di quando in quando riemergono nella tragedia – ma stavolta problematicamente – alcuni tratti spiccatamente pagani, a cominciare proprio dal servo arbitrio risdoganato da Lutero; e così è nella fattispecie in quella che a buon diritto si può considerare la perfetta sintesi tra tragedia antica e tragedia moderna, vale a dire il Macbeth di William Shakespeare.[…]combatte tutta la vita per infrangere ogni sua catena finendo per incatenare insieme a tutti coloro che gli stanno intorno anche se stesso.[…]

Macbeth sceglie di compiere egli stesso il suo destino di potere con ogni mezzo, e poi con ogni mezzo d’opporsi al suo destino di morte. Egli entra in competizione col fato, lo vuole prevenire ed aggirare, pur sapendo fin dall’inizio di non avere scampo: combatte contro il fato in nome del fato! E in nome del fato si crede in diritto di violare la legge, precipitando inevitabilmente nella tirannia[…]

[…]Macbeth rimane un personaggio eroico, in quanto non si rassegna né durante l’ascesa, né, persa ogni speranza, dopo la morte della moglie (incarnazione della criminosa tentazione del potere), ad esser servo supino del fato, in cui pure crede, ma titanicamente lotta per esser padrone del proprio destino, per scrivere il proprio dramma e non limitarsi a recitarlo

Molto simile lui è il Saul di Alfieri: perché obbedire a questo mio dovere di sterminio? Perché non posso seguire la mia coscienza, ma devo rimetter la mia azione ad un Altro? E per questo dovrei esser punito e perseguitato da Dio? e vedermi rimpiazzato da un pastorello? No, io non m’arrendo dinanzi ad una volontà che non comprendo, preferisco lottare disperatamente e mio malgrado contro Dio[…]

[…]si postula insomma una radicale dicotomia tra la ragione umana e la forza misteriosa che guida la storia, destino o Provvidenza che sia, non immaginando neppure che quella volontà possa conciliarsi colla nostra, possa trascenderla senza negarla. Sia Macbeth sia Saul appartengono insomma a quella superba schiera di vinti di cui la storia trabocca, dal momento che inesorabilmente votati alla sconfitta sono tutti coloro che non si fanno «collaboratori della Verità».

A differenza di costoro, Amleto è un vincitore: egli non combatte contro il fato o contro Dio, ma contro le storture del mondo, contro una natura che c’incatena nella sua decadenza e nel suo circolo vizioso di sangue e d’oppressione, cui egli oppone l’illimitato, quel significato recondito ed infinito che non si stanca di ricercare ovunque. Egli dovrebbe vendicar suo padre, ma non sa farlo; recalcitra a piegarsi all’ordine cruento di un mondo di cui non si fida e per questo rimane una coscienza critica, una voce profetica che non sa fare altro che dissacrare e distruggere[…]

[…]Non dissimile la scelta di Brunilde nella Tetralogia di Wagner[…] (da“Come uccidere le Parche e vivere felici” di Mattia Spaggiari blog di Radio Spada)
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