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AL DI LA’ DELLO SPAZIO E DEL TEMPO (IL LIBRO DI “TENERAMATA”)

Ricardo Pérez Hernández (traduzione a cura di Padre Pablo Martín)

CAPITOLO 1 (prima parte)

Tutto accadde in un pomeriggio afoso di domenica di estate. Dopo pranzo, soddisfatto e accaldato, volli riposarmi e svagarmi vedendo alla televisione un programma di cartoni animati. Mi feci una tazza di caffè senza caffeina, mi accomodai sulla mia vecchia poltrona e accesi una sigaretta. Se non mi divertivo, era sicuro almeno che mi sarei addormentato.

Su di un tavolino metallico d’ingombro, più volte rotto e altrettante risaldato, misi alla mia sinistra la tazza di caffè e il pacchetto di sigarette; alla mia destra, sull’ampio bracciolo della poltrona, il portacenere con la sigaretta. Senza animo critico, col solo desiderio di divertirmi, mi lasciai docilmente portare dal classico argomento: il pupazzetto buono sarebbe stato esaltato per il suo coraggio o la sua virtù, e il cattivo battuto o punito senza pietà. Ad un tratto, l’immagine rimase fissa sullo schermo.
Non sentivo nessun rumore, nemmeno i veicoli che, col tubo di scarico aperto, continuamente circolano per il vicino Viadotto Tlalpan Sud. Pensai ad un guasto del televisore. Stavo per alzarmi quando mi accorsi di qualcosa di sorprendente: la colonna di fumo della mia sigaretta rimaneva paralizzata, come una bianca filigrana incapace di finire il suo logico svolgimento. Soffiai sul fumo, e nemmeno si mosse. Incominciò a preoccuparmi la sensazione che un qualche potere strano, insospettato, si esercitava su di me...

Regnava una quiete assoluta. Mai avevo sentito un silenzio sì profondo. Nemmeno percepivo, per quanto tendessi l'orecchio, il rumorio della cuoca, che poco prima mi molestava. Un freddo intenso, al quale sono stato sempre molto sensibile, aveva paralizzato tutte le mie articolazioni. Ma non si trattava del freddo invernale, che ben conoscevo, ma di un altro diverso e doloroso. Credevo di essere vittima di un incubo, dal quale urgentemente dovevo svegliarmi. Pensai di essermi mal accomodato sulla poltrona e che perciò soffrivo un simile sogno.

Cercai ancora di alzarmi, ma il mio corpo sembrava di piombo. A stento riuscii a muovere le mie mani, attaccate ai braccioli della poltrona da una forza misteriosa. “Sono forse infermo −dissi a me stesso−. Ma di che cosa, se un momento fa mi sentivo bene?” La mia preoccupazione diventò stupore e poi paura. Non potevo comprendere ciò che stava accadendo. Incominciavo a disperare di timore e di freddo, quando in mezzo a quel gran silenzio sentii una voce femminile, molto gradevole, che dall’inferriata dell'atrio mi chiamava per nome.

Con difficile sforzo, mosso allo stesso tempo da paura e da desiderio di compagnia, mi affrettai a venire da lei. Non so come mi alzai dalla poltrona. E non diedi importanza in quei momenti a che i cardini della porta della stanza, come anche gli stessi miei passi, non facevano il loro caratteristico rumore naturale. Traversai barcollando il piccolo cortile che separa la stanza dall’inferriata dell’atrio. I piedi mi pesavano come due blocchi di acciaio.

Mi trovai davanti all’inferriata con una bellissima ragazza sui vent’anni, alta, molto ben formata. Gli occhi, di colore caffè chiaro, bellissimi ed espressivi, grandi e dolci, infantilmente limpidi, irradiavano un'immensa felicità. Le sue labbra erano piccole e sottili, ben disegnate e molto rosse, ma senza nessuna pittura. Le guance, terse e leggermente rosee, presentavano al ridere due attrattive fossette. Contemplai estatico la sua bellezza. Quando abbassò gli occhi dinanzi al mio insistente sguardo, osservai la limpidissima cute del suo viso. La sua espressione mi apparve serena nella sua gioia; ma di un’insolita serenità, che oltrepassava la tenera giovinezza del suo aspetto.

Era vestita come in genere vestono attualmente le ragazze di un ceto medio. Credo che il suo vestito, fine e semplice, era di colore crema. Non le vidi nessun gioiello; ma non ne aveva bisogno, perché la sua bellezza splendeva per sé stessa.
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